Priscilla recensione film di Sofia Coppola con Cailee Spaeny, Jacob Elordi e Dagmara Dominczyk
Priscilla, la nuova pellicola dell’amata Sofia Coppola, è il biopic che ti aspetti ma che vorresti ti potesse raccontare di più. Trionfante all’80esima edizione del festival del Cinema di Venezia, è l’ultimo film della regista di Marie Antoinette e Lost in Translation che, anche in questo caso, sceglie di dare voce sullo schermo ad una storia d’amore, devozione e rinascita così come già avvenuto per altre eroine dei suoi racconti.
La protagonista di questa fiaba imperfetta è Priscilla Beaulieu, ex moglie dell’indimenticabile e indimenticato Elvis Presley, la grande icona pop la cui scomparsa è ancora avvolta dal mistero.
Il film, basato sul libro di memorie di Priscilla Presley Elvis and Me, disegna una cornice all’interno della quale il ruolo principale è affidato al racconto della donna con la quale Elvis condivise il matrimonio dal 1967 al 1973, delineando simbolicamente una narrazione che parte dal loro primo incontro fino al momento dell’inevitabile separazione.
A Cailee Spaeny (vincitrice della Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile al Festival di Venezia 2023) ha un compito piuttosto arduo: quello di farsi carico di un racconto intenso costituito da frammenti di spensieratezza e gioiosità e macigni di dolore e malinconia che lasciano poco spazio ad una visione idealizzata della storia. Accanto a lei Jacob Elordi, l’affascinante nuova star sulla cresta dell’onda hollywoodiana, nel ruolo di Elvis Presley.
Entrambe le interpretazioni risultano manchevoli della necessaria maestria espressiva ed emozionale che è necessaria per sorreggere il peso interpretativo delle personalità a cui si ispirano, riuscendo con fatica a cogliere le sfumature psicologiche ed emotive che guidano la narrazione, spesso leggera nei confronti delle tematiche e delle implicazioni che tale racconto comporta.
Altro elemento discordante risiede nella scelta di mantenere gli stessi interpreti per tutta la durata della narrazione, venendo meno alla naturale maturazione fisica e simbolica dei due protagonisti col passare degli anni, dall’adolescenza all’età adulta. Ed è così che l’impianto estetico viene in soccorso alla sceneggiatura, costruendo un quadro visivo studiato nei minimi particolari: dai voluminosi vestiti anni ‘60 alle cotonate acconciature fino alle fedeli ricostruzioni dei tabloid dell’epoca che proiettano lo spettatore direttamente all’interno del racconto con veridicità e accuratezza storica.
Le inquadrature che alternano l’utilizzo della camera fissa, riprese a mano e finti filmini di famiglia ,che immortalano i rari attimi di normalità della famiglia Presley, immergono lo spettatore nella storia rendendolo partecipe del racconto.
Ogni tentativo da parte di Priscilla nel trovare una propria strada viene sempre prontamente ostacolato, soffocato o svalutato all’ombra del successo, della fama e dell’influenza di Elvis.
L’anima del film vive dei silenzi assordanti che caratterizzano le giornate della protagonista la quale, rinchiusa nella gabbia dorata di Graceland, perde completamente il senso della realtà lasciandosi trasportare da ciò che inizialmente appare come un sogno ma che ben presto si trasformerà in un incubo costellato da attimi di violenza, fragilità e dure consapevolezze.
Priscilla oltre che essere un biopic godibile che si impegna per risultare ricco e riconoscente nei confronti dei ricordi e della storia di due icone del proprio tempo, è soprattutto un film che parla di crescita e rinascita proponendoci una riflessione sul valore della felicità.