America Latina recensione film di Damiano e Fabio D’Innocenzo con Elio Germano, Astrid Casali, Sara Ciocca, Maurizio Lastrico e Carlotta Gamba
Ah, l’amore.
Siamo abituati a pensarlo come il fuoco che spinge in avanti la locomotiva, forza magmatica e portatrice di vita. Arrivano poi un giorno i fratelli D’Innocenzo e sputano fuori: America Latina. Boutade? Pippa mentale? Forse in parte, forse è il film stesso che ha scelto il suo titolo dopo aver messo in chiaro che prima di tutto l’amore è crisi. Quella che passa Massimo Latini (Elio Germano) nella terra di nessuno in cui ha stabilito il suo feudo costruito con un’attività di protesista dentale e popolato con moglie e figlie.
Allora via caleidoscopio roseo e cuoricini in cambio di una rassegna di tarli, pillole ed emicranie con cui provare ad uscire dal mondo ed entrare a Latina e dintorni, un’America selvaggia e completamente esposta alla natura umana. I registi romani orchestrano un teatro dell’assurdo che è quanto di più reale c’è nella cronaca di tutti i giorni. L’amore è una sostanza strana di cui tutti si fanno, prima o poi, con botte, overdose e rehab estremamente personali e che prima o poi bisogna gestire.
Nello scantinato della provincia si compie il miracolo dell’errore umano, l’unica variabile che per ora ancora sfugge alla società degli algoritmi e dei Big Data. I D’Innocenzo sguazzano nella melma della provincia ed estraggono dalla realtà gli scarti su cui poggiare la camera. Si può amare lo storpio, si può amare la violenza, si può essere non allineati. È un cinema libero e imperfetto, sia nei dialoghi che nella regia, ma è anche un cinema rabdomante fondato sulla ricerca delle ricchezze nascoste sotto la nostra terra.
Per lunghi tratti America Latina, in concorso alla 78° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, potrebbe essere un’illusione, una presa in giro. Novanta minuti di caos psicologico ed emotivo senza fine apparente, ma cosa c’è di più vero di questo? Liberandosi dalle regole del linguaggio, si perde il senso del classico che siamo tanto bravi a riconoscere, analizzare e ingoiare. Qui si va nella provincia dell’anima, dove tutto è concesso, dove tutto è difficile da comprendere e non ci sono punti d’appoggio. Che poi è anche il percorso registico, e soprattutto artistico, di Damiano e Fabio D’Innocenzo.