Il buco recensione film di Michelangelo Frammartino con Nicola Lanza, Antonio Lanza, Leonardo Larocca, Leonardo Zaccaro, Denise Trombin e Mila Costi
Cosa c’è di più influente della spontaneità? Ci sono storie e luoghi che hanno bisogno soltanto di essere presentati con gentilezza per liberare un potenziale imbrigliato dal tempo e dall’ignoto e arrivare nel profondo. Succede anche con Il buco, basta armarsi di caschi e scalette da speleologi.
L’Abisso del Bifurto è una grotta situata nel Parco Nazionale del Pollino ed esplorata per la prima volta nel 1961 dal Gruppo Speleologico Piemontese, che ne ha raggiunto il punto più basso a 683 metri al di sotto della superficie. Questa, però, è soltanto l’interazione umana ufficiale con una manifestazione naturale della Terra che esclude di netto. Il buco scavato nella roccia carsica è appartenuto alla comunità locale di Cerchiara di Calabria e ai pastori che vivono sulle montagne per un tempo indefinito, come un segreto ben custodito.
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È qui che si installa la visione di Michelangelo Frammartino. Un’impresa storica nota forse soltanto agli addetti ai lavori è l’occasione per dar voce ad un’area interna depositaria di un’umanità sempre più a rischio d’estinzione. Le ampie inquadrature sono animate dai movimenti lenti e misurati della vita che vogliono intercettare. Affrontare una discesa verticale nei meandri dell’esistenza vuol dire viaggiare leggeri e portare con sé l’essenziale: via i dialoghi, via la colonna sonora, via i personaggi, via addirittura la luce per interrogare la nuda terra con punti macchina fissi e presa diretta di tutto il possibile.
Sembrerebbero le premesse per un film ostico e criptico, con il piede schiacciato sull’acceleratore dell’autorialità spinta. Il buco è sicuramente un film ridotto all’osso ma per un motivo ben preciso: non c’è sempre il bisogno di interpretare, si deve anche fare in modo che le cose si esprimano nelle lingue a loro familiari. In contrasto con la tendenza naturale verso le altezze del cielo e delle stelle, l’avventura speleologica di un gruppo di barbari nella direzione opposta finisce per rivelare con discrezione le fondamenta della società che calpestiamo oggi. L’anziano pastore che sorveglia la fessura del Bifurto si propone così, secondo Michelangelo Frammartino e la sceneggiatrice Giovanna Giuliani, come rappresentazione terrena dell’inghiottitoio stesso, in cui l’umano e l’antico trovano un ritmo comune con cui stare al mondo.
Quando arriva la parete insuperabile, quando l’ignoto è stato addomesticato, il mistero viene meno, la casa perde il suo padrone e la realtà fa finta di niente, riconsegnando Il buco al suo buio avvolgente e immersivo da cui tutto sembra provenire.