La Sirenetta recensione film di Rob Marshall con Halle Bailey, Jonah Hauer-King, Noma Dumezweni, Javier Bardem, Melissa McCarthy, Daveed Diggs, Awkwafina e Jacob Tremblay e con le voci italiane di Yana_C e Mahmood
Infiltrarsi nell’aura emanata da un classico dell’animazione per bambini di più di trent’anni fa come La Sirenetta è una delle tante operazioni sdoganate dall’industria della nostalgia. Per capirci, quando sono in ballo proprietà intellettuali di successo del passato non è più in discussione se verranno rispolverate e tirate a lucido per essere sfruttate di nuovo commercialmente, ma capire soltanto quando questo avverrà.
Come si può competere con l’emotività scaturita nell’età infantile davanti a caleidoscopiche sequenze sostenute da jingle indimenticabili come In fondo al mar?
Si esce generalmente con le ossa rotte, cercando di ricreare quel sense of wonder originale non tenendo conto di una sensibilità mutata dal tempo e dall’esperienza. Può anche però accadere che le cose vadano per il verso giusto; intercettando sacche di oblio e i giusti lassi di tempo per recuperare un’emozione e andare oltre il tempo trascorso.
La Sirenetta si apre con un cartello che indica come nume tutelare l’opera di Hans Christian Andersen; creatore della fiaba che ha ispirato il film d’animazione del 1989 e il live-action del 2023, spostando la competizione tra classico, remake e reboot su terreni meno impervi.
Una sirena non ha lacrime, e per questo soffre molto di più.
(Hans Christian Andersen)
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L’obiettivo dichiarato di Rob Marshall è recuperare l’ordito che rese il racconto dello scrittore danese un caposaldo della letteratura per bambini e adattarla alla contemporaneità. Per farlo, sceglie la strada della belle infidèle e traduce il materiale a disposizione attraverso la lente del nuovo millennio.
Halle Bailey è la scelta più evidente che incrina un immaginario consolidato ma anche quella più azzeccata; visto lo sciame di critiche insulse che pretendeva di ridurre una performance molto centrata ed evocativa a una questione meramente razziale.
Si potrebbe tirare in ballo la storiella della luna e del dito che la indica. Quello che accade ne La Sirenetta non è revisionismo ma la necessità di vestire l’universalità di una fiaba con gli abiti di un mondo per forza di cose diverso da quello in cui è stata concepita.
Rimane il senso di magia, a volte non supportato da una CGI incerta e avvolto da una patina artificiale della scenografia, che accompagna con cura un messaggio rivolto a un pubblico di grandi che hanno familiarità con la storia e bambini ignari di una grande verità: l’essere diversi non è e non sarà mai un limite.
Può suonare ridondante a tratti, soprattutto se considerato uno degli amabili resti del maquillage operato da Disney sulla library del passato, ma questo è il caso di una storia che da sempre contiene un punto di vista femminile e ante litteram liberato dalla nuova veste live action.
In fondo al mar c’è molto più di quello che si è sempre visto guardando dalla superficie.