Un bambino chiamato Natale recensione film di Gil Kenan con Henry Lawfull, Toby Jones, Sally Hawkins, Kristen Wiig, Michiel Huisman e Zoe Colletti
È meglio essere buoni che ricchi, papà, più di ogni altra cosa.
(Un bambino chiamato Natale)
Si aspetta tanto il Natale. Si dice che sia il giorno più bello di tutto l’anno, con la neve candida che imbianca gli alberi, le luci che illuminano la città, gli addobbi nelle case che cullano l’atmosfera natalizia. Un giorno molto gioioso, con la famiglia che ti scalda il cuore e un regalo da scartare nello stupore di un bambino.
Non è così per Nikolas (Henry Lawfull), orfano di madre. Vive, ormai, da solo con il padre e faticano a tirare avanti. Un giorno, il padre Joel (Michiel Huisman) parte per il profondo Nord a cercare fortuna e Nikolas lo segue, in balia dei pericoli della foresta.
Un’avventura divertente ed emozionante, quella di Nikolas, che parte per Elfhelm, il villaggio degli elfi, insieme al suo affezionato topo di nome Miika – vagamente ricorda Stuart Little – e Lampo, una renna cocciuta che incontra lungo il viaggio. Un’avventura per (ri)trovare la speranza a cui nessuno crede più, basata sull’omonimo romanzo dello scrittore e giornalista inglese Matt Haig, in un momento di gelido inverno in cui non si conosce che cos’è la magia del Natale.
Ma è inoltrandosi nella storia che si scopre che la ricerca della speranza, in realtà, è sintomo di una storia ancora più nascosta. Matt Haig sa bene che l’unica soluzione che aveva per salvarsi da morte certa era vedere oltre, aggrapparsi a un qualcosa chiamato speranza per credere che il suicidio da una scogliera non avrebbe ucciso la sua sofferenza. Tematica ricorrente nei suoi libri, non a caso anche in Un bambino chiamato Natale che, a livello cinematografico, si perde nella messinscena di una storia fatta di effetti speciali costruita con elementi tipici di una favola. Che riesce, suo malgrado, ad assottigliare allo stremo la tragedia del disturbo mentale, soprattutto nei bambini.
Nonostante l’intenzione educativa non sia molto chiara, il film valica il confine della classica storia per bambini a lieto fine su Babbo Natale, e si guarda oltre: Natale dai capelli rossi e occhi azzurri, soprannome di Nikolas che la madre scomparsa gli aveva dato, intraprende un percorso di crescita che lo porta a scoprire se stesso tra animali parlanti, fate, zie cattive ed elfi, nella sua bontà infinita senza mai perdere il guizzo nel fare del bene. Perché “per vedere una cosa, devi credere in quella cosa, crederci davvero.”
Un “niente è impossibile” rivolto a tutti, adulti e non, in cui vedere il sole dopo la tempesta non è mai così scontato. Un invito a fantasticare con la propria immaginazione che, ultimamente, non si conosce più per ovvie ragioni.
Arriva in un momento di transizione – si spera – Un bambino chiamato Natale e si rivela essere un monito per ricordare ai grandi e ai piccini che esiste la luce in fondo al tunnel. E che il Natale è la festa più bella che ci sia, in grado di unire generazioni diverse in un pizzico di magia che scioglie anche i cuori più freddi. E, forse, l’avevamo dimenticato.