Con il Concorso ormai concluso (a breve sapremo chi sarà il nuovo Leone d’Oro), la giornata della Mostra si sofferma principalmente sulle sezioni collaterali. Il film più interessante di questo Day 10 era senza alcun dubbio Una storia senza nome di Roberto Andò. Presentata Fuori Concorso, la nuova fatica del regista siciliano ha l’ambizione di partire dalla realtà, il furto a opera della mafia della Natività del Caravaggio, per diventare un discorso complesso sul rapporto tra verità e finzione, con un omaggio non velato al cinema. Andò sceglie anche un linguaggio differente da quello a cui ci ha abituato, lavorando sui toni della commedia e facendo del suo film una sorta di divertissement. Purtoppo, i continui cambi di prospettiva e una sceneggiatura che ripropone continuamente colpi di scena telefonati vanificano le buone intenzioni. Oltre a questo, è da segnalare una performance sottotono di Micaela Ramazzotti, più a suo agio in ruoli differenti da quello che il regista le cuce addosso. Un film dalle potenzialità sprecate. (2,5 stelle su 5)
Sempre Fuori Concorso è stato presentato Un peuple et son roi, un resoconto dettagliato delle tappe fondamentali che portarono alla Rivoluzione Francese. Pierre Schoeller rimane fedele alla Storia e si adagia su uno stile standard, senza particolari guizzi, finalizzato a esporre i fatti come si sono verificati. Più che cinema, quella del regista francese diventa un’operazione di calco storico, rivelandosi in tutto il suo didascalismo estremizzato. Come in Peterloo di Mike Leigh, a trionfare è la ripetizione sistematica di dibattiti che tolgono ritmo al film e lo trascinano verso una conclusione liberatoria (per lo spettatore). (2 stelle su 5)
A concludere il Concorso era stato, nel Day 9, Killing, l’ultimo film di Shinya Tsukamoto. La sua è una versione schizzata del samurai movie, contaminato con lo stile punk, eccentrico e disturbante che lo ha contraddistinto negli anni. Il regista giapponese lavora per ossimori, presentandoci un samurai che non vuole più uccidere. Anti-narrativo, estenuante nella ricerca di un’estetica sporca e totalmente fuori dagli schemi, Killing affascina proprio perché ha il coraggio di sovvertire le regole del genere, di andare controcorrente. Forse l’inventiva di Tsukamoto comincia a venir meno, ma viene sopperita da una concezione di cinema che riesce, sempre e comunque, a spiazzare. La scheggia impazzita del Concorso. (3 stelle su 5)
Sergio